Vai ai contenuti

Menu principale:

Lino Albanese


LA PERLA D'ORIENTE


Nel mondo delle fiabe


LA PERLA D'ORIENTE




In un paese del Medio Oriente viveva Salomè, ultimogenita di tre sorelle e di tre fratelli.
Divenuta orfana di madre in piccola età, era cresciuta accanto al padre vendendo frutta al mercato del suo paese.
Ogni mattina a fianco della sua bancarella, alcune zingare orientali, muovevano soavemente il corpo al suono delle loro musiche e tutti accorrevano ad ammirarle.
Salomè rimaneva strabiliata nel vederle ed una volta a casa, davanti allo specchio, ripeteva gli stessi passi che aveva visto far loro; e li faceva così bene da alimentare pian piano in lei la voglia di diventare in futuro una ballerina.
La sua bellezza era oggetto d’invidia per le sue coetanee e per le sue stesse sorelle perchè tutti i ragazzi del suo paese avevano gli occhi puntati solo su di lei.
Un giorno, le danzatrici si trasferirono in un altro mercato e Salomè colse l’occasione per sostituirle.
Lasciando incustodita la bancarella con la frutta da vendere, si apprestò a danzare accompagnata da un suonatore di flauto.
Mentre saltava leggera come una piuma ed eseguiva piroette, un ladro approfittando del fatto che tutti erano lì intenti ad ammirarla, le rubò i soldi e la mercanzia; e tutti i presenti alla fine dell’esibizione, le lanciarono tante monete che lei lasciò lì per terra alla mercè dei tanti ragazzini scatenati nell’accaparrarsene quante più.
Il padre Al Jaid, la rimproverò per il furto subìto, ammonendola che se fosse successo un’altra volta si sarebbe arrabbiato sul serio; ma lei non gli obbedì e continuò a danzare subendo ogni volta un furto.
Allora il padre, non potendo più sopportare la sua condotta e per rifarsi dei soldi rubati, la vendette al suo vecchio amico Mustafà, un burbero proprietario di un circo.
La giovane deplorò quel comportamento e con malinconia lasciò il suo paese natio avventurandosi col circo per tutta l’Asia.
Fu costretta ad accudire il bestiame, smontare e rimontare le tende, badare al mangiare, dedicando poco tempo alla sua danza.

In quell’ambiente arido di affetti, l’unico col quale strinse amicizia fu Alì, un ragazzo dai tinti capelli biondi, di carnagione mulatta, nato da una relazione avuta dal proprietario con una domatrice di serpenti, andata via dal circo dopo aver litigato con lui per questioni di soldi.
Dai suoi languidi occhi trasparivano tristezza e solitudine che portava addosso sin dalla nascita.
Diceva che l’arte circense era divenuta “la sua unica vita” e che era stato invogliato dal padre, che aveva notato in lui sin da piccolo una propensione ed una passione innata verso l’acrobazia.
Era il tutto fare del circo tra cui costretto a vestirsi da pagliaccio e portare sulle spalle una scimmietta di nome Pay.

Nel circo, oltre lui, lavoravano tre negri che parlavano una lingua strana; il proprietario per farsi capire si aiutava a gesti ed ogni volta che doveva ripetere loro la stessa cosa, imprecava Allah per averceli fatti mandare.
Tre musicisti allietavano le esibizioni con flauti e tamburi che echeggiavano musiche d’oriente: il circo era composto in tutto da una quindicina di persone.
E così Salomè affrontò la vita nomade viaggiando a destra e a sinistra con i suoi compagni e girando tutti i paesi dell’oriente.

I due giovani divennero amici inseparabili. In quei pochi momenti di pausa, si raccontavano fantomatiche storie immaginarie.
“Io vorrei essere un principe e vivere in un castello” diceva lui e con un ramo a mo’ di spada combatteva con grande veemenza contro un asino ch’era lì imperterrito a masticare carote immobile ed incurante di ciò che gli stava intorno. Poi con dei mattoni d’argilla costruiva un trono e si sedeva su di esso impartendo ordini ai suoi soldati.
“Io vorrei essere una ballerina ed essere applaudita dal pubblico del più grande teatro d’Europa” diceva Salomè, “e fare delle piroette assieme ad un bellissimo ballerino e…” … ahimè… la realtà era molto più dura dei loro sogni e perciò i loro “vorrei essere” venivano immancabilmente bloccati dalle grida minacciose del proprietario che li ammoniva dicendo loro: “ lavorate invece di dire chiacchiere!”

Per tre anni la carovana girovagò per il lungo ed il largo finchè arrivò a Samarcanda, meta del più grande mercato dell’est.
Il proprietario approfittò per ricambiare alcuni cammelli, ormai stanchi anche loro di quella nomade vita.
Salomè era cresciuta e si era fatta ancor più bella: i suoi splendidi occhi si erano trasformati in due splendide perle di rugiada ed anche Alì era cresciuto ed aveva incominciato ad accennare qualche avances verso la giovane.

Un giorno mentre si trovava in giro per il mercato ad acquistare frutta si sentì chiamare: “Salomè, Salomè”!
Voltatasi, riconobbe alcuni venditori del suo paese…
“Salomè, Salomè… dai, danza per noi” le dissero.
Era un’occasione da non perdere.
Con l’aiuto di alcuni suonatori che si trovavano lì, improvvisò qualche passo e subito tutti si raccolsero intorno.
Tanta bravura unita a tanta bellezza non si era mai vista in quel mercato …e le monetine giunsero abbondanti …
Il proprietario, che si trovava poco distante, quando vide la calca della gente si avvicinò e meraviglia fu, quando vide ballare la giovane.
Nel vedere tutte quelle monete per terra, chiamò subito un suo inserviente per raccoglierle e facendosi largo tra la folla, a gran voce invitò tutti al suo circo per ammirare Salomè.

Nel circo

Un grande striscione posto all’ingresso della grande tenda la decantava come “la più grande danzatrice dell’est” e ad ogni tappa la si pubblicizzava con volantini e grida megafoniche.
Una pedana circolare, cinta da un tappeto rosso, divenne il suo palcoscenico ed i suoi musicisti composero una musica in suo onore dal titolo: “Danza Salomè”.
Una sarta le cucì un vestito con delle vistose aperture laterali sulle gambe; durante le famose piroette avrebbero fatto intravedere un po’ di quel corpo giovanile esaltando così gli animi degli spettatori.
E sin dalla prima serata accorsero numerosi, che elargirono fior di monete per graziarsi quella giovane bellezza.
Ben presto divenne l’unica attrazione del circo tanto che i numeri di Alì furono messi in disparte.
Il nome di Salomè iniziò a girare per l’intera Asia…tutti accorrevano a vederla.
“Danza Salomè… danza Salomè”… gridavano e tutti erano lì con la bava alla bocca e con gli occhi protesi nel guardare tanta bellezza.
Alcuni si protraevano fin sulla pedana per raggiungerla e toccarla come fosse una dea ed a nulla valevano gli sforzi di Alì per farli desistere.
Molte volte si finiva in rissa tra presunti contendenti, ingelositi dallo sguardo un po’ più azzardato che Salomè rivolgeva loro... e l’accorrere dei soldati sedava tutto quel caos che si veniva a formare in quella grande tenda.
Fu così che la giovane dovette essere barricata in un carrozzone e rimanerci lì per l’intera giornata; chiusa come in una cella per uscire solo la sera ed esibirsi; ed in qualsiasi parte si andasse succedeva sempre la stessa cosa.
Allora il padrone, con immenso sconforto (per le sue tasche) dovette ridare ad Alì i suoi compiti ed a Salomè quello di badare agli animali.

L’ambasciata

Si decise di indirizzare la carovana verso un’oasi, ai margini del deserto per far abbeverare e riposare gli animali.
Appena giunti, si trovarono davanti a dei soldati in uniforme capeggiati da un uomo con un caratteristico turbante celeste che si avvicinò pian piano a loro.
“Chi di voi è il proprietario del circo?” chiese ad Alì, che in quel momento si era diretto al pozzo per riempire gli otri di acqua.
“Sono io!” rispose il proprietario scendendo dalla sua carrozza per dirigersi verso costui.
“Vengo da parte del Sultano Ahmed… sono il suo ambasciatore!” rispose il signore smontando dal suo cammello aiutato da due soldati.
“Mi hanno riferito che in questo circo danza una giovane di nome Salomè… è vero?”
Subito il proprietario percepì nelle sue orecchie il tintinnio di migliaia di monete.
“E ditemi”, rispose, “a cosa debbo l’onore di così tanta ammirazione … questo non è altro che un misero circo!”.. e si prostrava a capo chino..
“Un misero circo ma con tanto splendore al suo interno!” rispose l’ambasciatore.
Nel frattempo Salomè, chiusa nel suo carrozzone ascoltava tutto da dietro una persiana semiaperta e con gran timore pensava: “Che voglia comprarmi?”
“Ebbene, voglio che questa meravigliosa creatura che tutti decantano, balli per il mio signore. Tra pochi giorni Ahmed compie gli anni e per il suo compleanno ho pensato di fargli una sorpresa: far danzare la giovane al suo cospetto!”
“Lo gradirebbe senz’altro; rispose Mustafà; “Però sappiate mio signore, che in questi giorni abbiamo delle serate in programma in vari luoghi… Perciò dovremmo aspettare di finire per poterci esibire davanti al sultano!”
L’ambasciatore allora rivoltosi ad un suo soldato, con un cenno della mano si fece consegnare una borsa piena di monete d’oro.
“Questa è la metà… l’altra dopo l’esibizione!”disse a Mustafà.
Nel vedere tanto ben di Dio luccicare tra le sue dita, non esitò a rispondere.
“Diteci quando dovremo venire al palazzo e noi saremo lì con Salomè!”
“Tra due giorni al sultanato di Ahmed!” fu la risposta dell’ambasciatore e risalito sul cammello si apprestò a ritornare sui suoi passi.
Il proprietario dopo averlo omaggiato varie volte ordinò alla sua gente: “Su, sù, prepariamoci a ripartire subito, abbiamo da fare un lungo viaggio! Date da bere agli animali ed andiamo via!”… e mentre lo diceva camminava guardingo nascondendo la borsa appena ricevuta.
Poi rivolgendo lo sguardo verso il carrozzone di Salomè annuì: “Sarai la mia fortuna…tu mi farai diventare ricco…ho fatto proprio un’ottimo affare con te, ah ah ah ah!”… e sghignazzando a denti stretti si diresse verso il suo carro.

Al palazzo del sultano
Dopo due giorni, puntuale, la carovana arrivò davanti ad un grande portone piantonato da guardie in uniforme con alabarde luccicanti, che dava l’accesso al sultanato.
Il via vai di gente non permetteva loro di proseguire per la lunga strada che portava al palazzo del Sultano e Mustafà dovette chiedere l’intervento dei gendarmi per poter giungere a destinazione.
L’abitazione impreziosita di mosaici architettonici sembrava un fazzoletto merlettato.
Ai lati di esso svettavano due torri circolari ed i suoi merli sembravano corone poste su di esse; al centro si erigeva un alto minareto, da dove il grido del muezzin faceva da richiamo per la preghiera.
La carovana dei circensi fu scortata in una vicina piazzetta.
Sceso il padrone da uno di essi ed attraversato un cortile ricco di vegetazione e di fontane, fu accompagnato verso l’ingresso del palazzo dove ad attenderlo c’era l’ambasciatore.
Salomè invece, restò all’interno del suo alloggio con Alì alla guida del suo carro aspettando di essere chiamata.
“Avete portato la giovane con voi?” chiese il signore al proprietario del circo.
“Certo mio signore!” rispose, “è nel suo carrozzone che aspetta un mio cenno!”
“Bene!” disse l’ambasciatore, “seguitemi che vi faccio vedere dove si esibirà!”
E si recarono in un grande salone circolare con a lato due file di colonne che terminavano davanti ad una poltrona tutta d’oro foderata di velluto rosso e posta su un immenso tappeto persiano.
Il luccichio di quella sedia abbagliò Mustafà.
“Ecco è qui; stasera ci sarà molta gente.
Il nostro sultano ama molto la musica e per questo ho pensato alla danzatrice… perciò mi raccomando a voi!”
“Non abbiate timore!” rispose il proprietario, “vedrà che al sultano piacerà l’esibizione di Salomè!”

Quella sera i circensi erano tutti in preda al panico: guai se qualcosa fosse andato storto; il sultano avrebbe fatto tagliar loro le teste.
Il padrone del circo era il più scalmanato: si sballottava a destra e sinistra per dare gli ultimi consigli con un fazzoletto sempre a portata di mano per asciugarsi la fronte madida di sudore.
Dalla stanza attigua si percepiva un gran vocio ed un odore acre di fumo dei tanti narghilé, mentre nella loro, andava sempre più diffondendosi il cattivo odore che emanava Mustafà, accaldato per la troppa impazienza.
Salomè era seduta su una poltrona che guardava il soffitto impreziosito di pitture e di colori….Chissà cosa avrebbe pensato suo padre se l’avesse vista in quel momento!
Danzare esclusivamente per il sultano era la cosa più bella che ogni danzatrice potesse desiderare e lei era lì che voleva gridarlo al mondo intero.

All’ora stabilita si aprì la porta e l’ambasciatore chiamò il proprietario del circo: “Venite e mi raccomando; ora vi presento al sultano!”
Attraversata quella interminabile sala piena di ospiti, si ritrovarono davanti ad un uomo dall’apparente età di quarant’anni con lo sguardo mite, circondato di anziani consiglieri.
Dalla sua eleganza traspariva anche la sua ricchezza.
Mustafà disorientato, si inchinò proferendo poche parole: “Signore il mio circo è a sua completa disposizione!”
“Bene!” rispose lui “avanti quindi!”
Con un battito di mani, Mustafà diede l’ordine di aprire la porta attigua al salone; ne uscì Alì con un gruppo di saltatori e giocolieri.
Contornato da fuochi, clave, animali, vestiti sgargianti, seppe deliziare i presenti che approvarono con scrosci di applausi i suoi numeri.
I musicisti diedero fausto e gioia con le loro musiche ed ognuno era intento a dare il meglio di se stesso.
Mustafà si prodigava a spiegare al sultano l’eccezionalità di ogni numero che veniva eseguito mentre Alì con la sua bravura scatenava entusiasmo.
L’ultimo, studiato con dovizia di particolari, fu l’attraversamento di una corda posta tra due colonne che Alì attraversò bendato.
La gioia del sultano era alle stelle; non aveva mai visto un funambolo così bravo.

A questo punto prese la parola l’ambasciatore: “Nostro amatissimo signore, mi sono permesso di portare davanti alla sua persona il circo più conosciuto d’Oriente. Ma ciò che ne fa il più famoso non sono solo i numeri d’attrazione fatti da questi bravi acrobati, ma c’è di più!”
“Cos’altro c’è?” chiese il sultano.
“Ebbene, continuò l’ambasciatore, deve sapere che in esso lavora la donna più bella che si sia vista in Asia!”
Nel frattempo i musicisti avevano preso posizione in un altro posto della sala, pronti a dare inizio all’esibizione di Salomè.
Ed intanto l’ambasciatore rivolto al sultano: “Questo è il mio personale regalo che offro a te, Ahmed, in segno di devozione e per l’augurio del tuo compleanno!”
Poi giratosi verso Mustafà ordinò: “Che sia fatta entrare Salomè!”
Con un altro battito di mani, l’atmosfera divenne surreale.
Furono portati vasi da cui fuoriuscivano profumi aromatici, le tende si chiusero e la sagoma di Salomè, come se volasse su una nuvola, si pose inginocchiata al centro della sala.
Il suo lungo mantello dorato le dava ancor più splendore ed un velo le copriva il viso tralasciando scoperti i suoi occhi raggianti.
Già dalle prime note il suo corpo iniziò ad emanare fantasticherie divenendo sinuoso e veleggiando nelle menti di ciascuno degli ospiti.
Fra un susseguirsi di ritmi, di movimenti, di piroette e di salti, quell’infinito gioco chiamato “danza” si protrasse per mezz’ora e più.
Il suo corpo parlava ed i suoi occhi emanavano fulgidi saette; poi togliendosi il velo mostrò a tutti la sua straordinaria bellezza.
“Ooohhh” fu il commento estasiato di tutti mentre si avvicinavano applaudendola; lei era lì per terra con lo sguardo fisso verso il sultano che per primo le porse la mano aiutandola a rialzarsi.
Non c’era bisogno di farle dei complimenti; il suo sguardo diceva già tutto ed il suo mite sorriso dava il consenso a quella esibizione: aveva accanto la perla più lucente di una collana orientale.

“Grazie le disse il sultano per aver onorato la mia casa con la danza: Si sono spalancati i nostri cuori dalla gioia portando qui un velo di arte e di bellezza… grazie!”
Salomè, con un piccolo cenno del suo capo, fece intendere al sultano di aver apprezzato le sue parole mentre il commento degli intervenuti non si placava;
Lei si sentiva al settimo cielo.
Il sultano, accennando di far silenzio, prese la parola: “Noi tutti oggi abbiamo conosciuto Salomè, la danzatrice più brava e più bella dell’Asia. In segno di omaggio per essere venuta qui, voglio che esprima un desiderio ed io lo esaudirò!”
Poteva approfittare benissimo ma: “Signore, si apprestò a dire, io non merito così tanto. Mi basta sapere di aver dato qualcosa e di aver ricevuto in cambio la vostra stima. Altro non so!”
“Pensaci, disse il sultano, non c’è niente che io possa fare per te?”
“Signore, replicò Salomè, il mio unico desiderio è riabbracciare mio padre ma purtroppo non è possibile perché sono stata venduta da lui al proprietario del circo e per riavere la mia libertà qualcuno deve riscattarmi!”

In quel momento rientrarono nella sala Alì ed i suoi amici circensi per riprendersi gli attrezzi lasciati.
Il sultano, credendo di far loro una gradita sorpresa si rivolse dicendo:
“Da oggi vivrete a palazzo e farete parte del mio circo personale per tutta la vita!”
Furono parole che fecero esaltare il cuore di tutti i compagni di Salomè che si inchinarono a quella decisione ma non Mustafà e Alì.
Il proprietario allora si avvicinò al sultano e dopo essersi inchinato anch’egli gli disse: “Gran signore, quello che hai detto è di una immensa grandezza e noi ti ringraziamo di vero cuore; ma non possiamo accettare. Siamo circensi e siamo nati per essere nomadi!”
“Dimmi Mustafà, quanto vuoi per il riscatto di Salomè?” annuì il sultano.
A quel punto s’intravide la difficoltà di Mustafà nel rispondere ed allora Salomè, accorgendosi del suo imbarazzo prese la parola: “Sultano, grazie per la tua generosa offerta ma, non posso lasciare il circo e nemmeno Alì… mi è stato vicino tutto questo tempo e debbo a lui se ho capito che, anche se un genitore commette una grave colpa verso il figlio, si può perdonarlo!”
Alì restò pietrificato nel sentire quelle parole.
Avvicinatosi e sorridendo le fece un inchino mentre Salomè annuì con un sorriso.
Nell’ammirare tanta fratellanza tra i due, il sultano dovette desistere dalla sua offerta e lasciarli andare per la loro strada.

“Quello a cui ho assistito quest’oggi, siatene certi che rimarrà per sempre nel mio cuore!” disse il sultano quindi salutò tutti e si ritirò in un’altra stanza accompagnato dall’ambasciatore, contento di avergli fatto quella sorpresa e dal suo seguito, che continuava a mormorare quello che aveva visto quel giorno.

“Salomè, quello che hai detto corrisponde al vero?” le chiese.
“Si Alì, tu mi hai dato l’input per capire che a tutto c’è un rimedio ed un perdono! Ora devo rimediare con mio padre!” rispose mentre si cambiava.
Il circo di Mustafà girò ancora molto per l’Asia.
Da quel momento Salomè divenne la regina del circo di Mustafà… colei che aveva danzato per il sultano Ahmed.
Il suo nome divenne l’emblema della danza orientale: “Salomè la perla d’oriente”.

Nel suo paese

Qualcuno, insospettito dalla mancanza di Salomè, chiese al padre, che vendeva frutta al mercato, che fine avesse fatto la giovane e lui rispondeva a tutti che stava danzando in un altro paese.
I venditori del mercato sentivano la sua mancanza perchè quelle mattinate senza di lei risultavano vuote.
Ad uno di questi, corse voce che una giovane del loro paese, avesse danzato davanti al sultano e che fosse diventata famosa in tutta l’Asia.
Tutti dicevano che si trattava di Salomè ma non ne erano sicuri.
Il dubbio che si trattasse proprio di lei, iniziò a veleggiare nella mente di Al Jaid, che dopo averla venduta, non si raccapezzava dal rimorso.
“Allah, dimmi che non è lei!” andava ripetendo con le mani rivolte verso Dio.
“Che cosa ho fatto? Ho venduto mia figlia! Sono un misero individuo!”
Le figlie accanto a lui sentivano tutto e lo rincuoravano dicendogli: “Ma padre, hai ancora noi!”
Ma lui non si interessava affatto di loro; era torturato dal rimorso e nessuno riusciva a redimerlo dal suo peccato.

Al mercato

Un giorno, ci fu un tran tran inatteso: il sultano Ahmed, di passaggio per quel paese, volle fermarsi tra le bancarelle del mercato dove aveva danzato Salomè.
Scortato da un enorme numero di soldati con alabarde e preceduto dallo stesso ambasciatore, si diresse verso il mercato fermandosi ad ogni venditore ed assaggiando i prodotti tipici.
Ovviamente arrivò anche davanti ad Al Jaid.
“Cosa vendi buon uomo?” gli chiese.
“Signore io vendo la frutta!” rispose.
Ed il sultano: “Vedo che hai anche delle figlie con te?
“Si signore, mi aiutano nella vendita!”
“Ne hai altre in famiglia?”
“No signore, sono tutte qui!”

In quel momento, uno dei venditori che lo conosceva da molto tempo si permise di intromettersi:
“Ma come Al Jaid, hai anche Salomè!”
“E chi sarebbe questa Salomè? chiese il sultano meravigliandosi.
“Signore, replicò Al Jaid, avevo un’altra figlia, ma non so che fine abbia fatto. Un giorno è scappata via di casa insieme ad un giovane di cui non conosco il nome!”
“E l’hai più vista?” chiese il sultano.
“No mio signore!” fu la risposta.

Nel frattempo si intromise nuovamente il venditore e rivolto verso il sultano disse: “Oh gran sultano, vedessi com’era brava a danzare; il suo corpo sembrava che volasse tra le bancarelle del mercato; e sapessi come ci manca qui!”
“Io so dov’è!”, disse il sultano rivolgendo uno sguardo truce verso il padre “e conosco anche la sua storia!”
Al Jaid intimorito da quell’espressione abbassò gli occhi per la vergogna.
Il sultano lo chiamò in disparte.

“Tua figlia ha danzato per me al mio palazzo! Mi ha raccontato che tu l’hai venduta per non aver apprezzato la sua arte. Volevo farne una principessa ma lei ha voluto restare quello che è in quel circo… che tu conosci! Inoltre mi ha confidato di aver perdonato il tuo gesto e che vorrebbe essere riscattata per tornare qui in famiglia. Non credi che abbia un animo gentile e che non si sarebbe meritata quella sorte?”
Inginocchiatosi in segno di remissione, Al Jaid replicò: “Signore, se potessi riscattarla lo farei subito; anch’io sono stato preso dal rimorso in tutti questi anni e se avessi il denaro, la farei tornare qui con me!”
“Ma… che le faresti fare?” chiese dubbioso il sultano.
“Al Jaid rispose: “La farei danzare di nuovo tra le bancarelle così come voleva lei!”
Ed il sultano: “Allora vuol dire che il denaro del riscatto te lo darò io a patto che tu mi prometta quello che hai detto ora!”
“Signore, replicò Al Jaid, lo prometto!”
“Ambasciatore… gridò il sultano, prendi un cofanetto d’oro e daglielo a quest’uomo!”
“Si signore!” rispose l’ambasciatore.
“E bada, a non commettere altre sciocchezze!”
“No, siatene certo signore!”

Le sorelle, presenti a quella scena, sentirono riaffiorare dentro di loro quella vecchia gelosia per Salomè ed iniziarono a mormorare dicendo: “Eh si, adesso ritorna e noi siamo al punto di partenza! Nostro padre lascia noi per recuperare l’ultima sua figlia! Dobbiamo fargli capire che noi valiamo quanto lei!”
Il sultano che le aveva sentite replicò: “Vi ordino di seguirmi al Palazzo dove da oggi, prenderete servizio come domestiche così non sarete più al cospetto di Salomè! In quanto al proprietario del circo quando ti recherai da lui dirai che il sultano in persona ti ordina di riscattarla!”
Cercando di nascondere la propria gioia, il padre le abbracciò dicendo loro: “Avete visto che il sultano ha pensato anche a voi? Se non fosse stato per Salomè, la nostra famiglia non avrebbe avuto tutta questa fortuna! Perciò dobbiamo ringraziarla invece di parlar male di lei!”

A quel punto il sultano e la scorta si allontanarono verso la carrozza reale e tutti i venditori si avvicinarono ad Al Jaid per manifestare la loro solidarietà.
Il solito venditore conoscente gli chiese: “Quando ci riporterai Salomè? La rivogliamo qui!”
E Al Jaid: “Appena la riscatto!”

Il riscatto

Messosi alla guida della carovana di cammelli chiesti in prestito, in compagnia dei suoi tre figli, Al Jaid si diresse verso l’Iran, dove il circo di Mustafà era stato visto l’ultima volta.
Ci mise cinque giorni per arrivare ed in ogni posto, sembrava che fosse stata lasciata una traccia da Salomè: un volantino, uomini restati esterrefatti nel veder danzare Salomè ecc.
Dopo un lungo peregrinaggio s’intravide da lontano la guglia di un telone di circo.
Il cuore di Al Jaid incominciò a battere più dello zoccolio dei suoi cammelli; l’ansia si fece ancor più forte finchè non arrivò al cospetto della carrozza di Mustafà.
Bussò alla porta e da dentro si sentì “Chi è?”
“Posso entrare?” rispose Al Jaid in compagnia dei figli.
“Si, certo!”
Appena entrati: “Ti ricordi di me?
Con un viso arruffato Mustafà rispose: “Oh il caro Al Jaid! come mai da queste parti?
Ed Al Jaid: “Mustafà devo parlarti!”
“Presuppongo di Salomè, rispose Mustafà, non saresti venuto fino a qui per niente!”
“Si, sono venuto a chiederti di riscattarmela!”
“Come? Prima me la vendi e poi la vuoi riscattare! E chi ti dice che io la voglia riscattare?”
“Dimmi quanto vuoi e poi vediamo!”
“Devi aver trovato una immensa fortuna o un tesoro; sai dopo tutto questo tempo Salomè è diventata famosa e sai che il prezzo da pagare è diventato alto! Inoltre io che farei senza di lei? Come porterei avanti il mio circo? Se la dovessi riscattare non basterebbe nemmeno un cofanetto d’oro e tu non possiedi nemmeno il denaro per comprarti un cammello! Ripensaci Al Jaid!”
“Perché non la chiami?”
Alzandosi dalla poltrona spalancò la porta del carrozzone e gridò: “Salomè, Salomè, vieni da me!”
Appena arrivata e non credendo ai propri occhi, si buttò fra le braccia del padre, piangendo a dirotto.
“Sono venuto a riprenderti!”disse Al Jaid, anch’egli commosso da quell’incontro.
“Padre, sapevo che prima o poi l’avresti fatto!”
“Ora posso! …Allora Mustafà, quanto vuoi?” gli chiese mentre si asciugava le lacrime con un fazzoletto.
Con voce languida, subodorando il profumo di denaro Mustafà ribadì: “Eh mio caro Al Jaid, ti ripeto che per Salomè ci vorrebbe un cofanetto d’oro che immagino tu non possiedi!”
“E se io ti dessi un cofanetto d’oro?”
“E da dove l’hai preso?”chiese Mustafà meravigliato.
“Me lo ha dato il sultano Ahmed in persona”! replicò Al Jaid ponendo il cofanetto sul tavolo ed aprendo il coperchio.
Il luccichio di tutto quell’oro si riflesse nei grandi occhi esterrefatti di Mustafà che a quella vista, senza pensarci su, rispose:
“Si, si, possiamo parlarne!” e tirò fuori da un tiretto, il foglio dell’acquisto di Salomè per ridarglielo al padre.
Questi, dopo essersi sincerato della sua originalità, se lo mise subito in tasca.
La gioia era tanta ed Al Jaid non stava più nella sua pelle.
Tutti sorridevano… tutti, ma non Salomè.
Sapeva bene che la sua assenza avrebbe pesato molto sul circo; che senza di lei, sarebbe ritornato ad essere un circo come tutti gli altri.
E che fine avrebbero fatto i suoi compagni? Ed Alì?
Bisognava continuare a viverlo… Ormai era diventata una di loro: una nomade.

In quel momento le sobbalzò un’idea e rivolgendosi al padrone disse: “Io il circo non voglio abbandonarlo; non voglio lasciarvi; vorrei avervi vicino e continuare ad esibirmi! Perché non fermiamo il circo nel mio paese? Vivremmo tutti insieme e continueremo con la nostra arte!”
“Ottima idea!” disse Al Jaid voltandosi verso Mustafà; “Cosa ne pensi? Non è un’ottima idea?”
“Già!” rispose il padrone con la mente rivolta solo a quel cofanetto; “potremo fermarci finalmente!”
E dopo qualche esitazione decise: “E sia! E’ una giusta decisione; brava Salomè!”

E così il circo fu montato per sempre nel paese di Salomè. Tutti gli abitanti accorrevano per applaudirla e lei si sentì felice di danzare per la sua gente.
“Danza Salomè, danza Salomè!” le gridavano e lei danzava per loro. Ed ogni giorno il circo era strapieno e tra quella moltitudine di persone, seduto sempre allo stesso posto, c’era un ospite fisso: Al Jaid.
Restava strabiliato nel veder ballare Salomè: quella figlia che un tempo aveva venduto per pochi soldi e che ora, eradivenuta un’attrazione per tutti.
Salomè lo guardava e gli sorrideva: non aveva astio verso di lui.
Lo aveva perdonato.
Aveva perfettamente capito che il suo era stato un gesto d’amore; d’altronde senza quel gesto non sarebbe mai diventata per tutti: “La perla d’oriente”.

Lino Albanese



Torna ai contenuti | Torna al menu