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Lino Albanese


LA VALLE DELLE FARFALLE


Nel mondo delle fiabe


LA VALLE DELLE FARFALLE




Le Falene o “farfalle notturne” sono insetti che appartengono all’ordine dei lepidotteri (che in greco significa “ali squamose”) per la struttura caratteristica delle loro fragili ali, coperte da migliaia di sottili squame sovrapposte che, nelle specie notturne, presentano colori smorti e spenti.
Oggi si conoscono circa 170.000 specie di lepidotteri, delle quali le Falene rappresentano i 9/10, cioè la stragrande maggioranza, per cui solo 1/10 è costituito dalle farfalle.
In Italia vivono circa 4000 specie, di queste circa 200 sono le diurne, tutte le altre 3800 sono le crepuscolari e le notturne.
Le falene presentano un’enorme gamma di dimensioni e forme; si passa infatti dalla più piccola al mondo che ha un’apertura alare di circa 1,5 cm, alla più grande, chiamata
Atlante, che ha un’apertura alare di oltre 30 cm.
Data la loro grande varietà e capacità di adattarsi all’ambiente e a qualunque clima, sono tra le creature più ampiamente diffuse sulla terra.
La
sfinge testa di morto (Acherontia atropos Linnaeus, 1758) è una falena appartenente alla famiglia delle Sphingidae e rappresenta la specie più conosciuta tra le tre appartenenti al genere Acherontia.
Il termine "sfinge" si riferisce al fatto che il bruco di questa falena è capace di sollevare la parte anteriore del corpo assumendo una posizione che assomiglia vagamente a quella della
sfinge greca o egiziana.

L'espressione "
testa di morto" è dovuta a un tratto molto caratteristico di questa falena, che la distingue da tutte quelle con cui condivide l'areale: sul lato dorsale del torace spicca una macchia biancastra, con due puntini neri, che ricorda la forma di un teschio.
Per quanto riguarda la
nomenclatura scientifica, il termine "Acherontia" si riferisce all'Acheronte uno dei fiumi infernali che secondo la mitologia greca occorre attraversare per accedere al regno dei morti. L'epiteto specifico "atropos" invece deriva dal nome di una delle tre moire greche, Atropo, a cui era assegnato il compito di recidere il filo della vita.
Nella cultura popolare ancora oggi permangono parecchie
superstizioni e credenze legate agli animali, in gran parte queste sono tramandate dai secoli passati fino ai tempi odierni.
Ancor oggi la presenza di alcuni animali è considerata come apportatrice di sventura, in altri casi, viceversa gli organi di alcuni animali sono ricercati e conservati in gran cura come
talismani.
Questa grossa
falena, avente una colorazione scura brunastra, è facilmente riconoscibile per una macchia chiara, che vagamente ricorda la figura di un teschio, presente sul lato superiore del suo torace, inoltre possiede una caratteristica molto insolita per questo genere di insetti: quando disturbata o irritata emette un suono stridulo ben udibile dall'orecchio umano prodotto espellendo aria dalla sua spirotromba.
A causa di queste due peculiarità già al tempo dei romani a questa farfalla venne associata la credenza superstiziosa di portatrice di morte.
Allo stesso genere
Acherontia, appartengono altre due farfalle, entrambe sempre con la medesima macchia chiara sul torace e conseguentemente denominate Acherontia styx, dal nome del fiume infernale Stige e Acherontia lachesis dal nome di Lachesi, la seconda Parca, colei che misurava la lunghezza della vita umana.
La simbologia di questa farfalla, come portatrice di morte è stata ampiamente utilizzata da artisti, scrittore e soggettisti cinematografici.



Euplagia Quadripunctaria
Himalaiensis


Petaloudes, nell’isola di Rodi, è conosciuta per una verde valle che da giugno a settembre si popola di farfalle, di un colore giallo-marrone, che si mimetizzano sui tronchi d’albero dello Storax perché attirate dalla particolare resina Liquidibar Orientalis con il profumo forte e caratteristico di vaniglia.

La “
Valle delle farfalle” lunga circa 1 chilometro è ricca di ripide stradine, laghetti e ponti in legno.
E’ un raro spettacolo naturale con migliaia di farfalle che riposano tutte insieme formando nugoli; appartengono tutte alla specie “
Euplagia Quadripunctaria Himalaiensis”.
A causa del crescente numero di turisti, le Euplagie devono far fronte a problemi di popolazione e, poiché sono prive di stomaco, se vengono disturbate, tendono a volare altrove disperdendo energie.


Libano – Terra del cedro dal tronco profumato e pregiato; terra che ha dato vita e cultura a tutto il popolo del Mediterraneo; terra, un tempo abitata da una moltitudine di farfalle i cui resti fossili, risalenti a più di 100 milioni di anni fa, sono stati rinvenuti racchiusi nell’ambra.

E’ il 21 giugno: estate.
Giorno dedicato alla rinascita di tutti i lepidotteri.
Ogni farfalla adulta in questa occasione, è tenuta a raccontare alle più giovani una esperienza di vita, per far si che la tramandassero nel tempo e che fosse d’insegnamento per chi avesse voluto inseguire un sogno.

Mi chiamo
Ester, una delle anziane e mi trovo davanti a centinaia di farfalle alle quali devo raccontare un’avventura personalmente vissuta.
La mia non vuole apparire eroica ma a volte succede di diventare eroi solo per puro caso.
Sono nata da una famiglia di falene, del genere
Acherontia, dalle ali grigio - chiare: un colore che permette alla mia specie di mimetizzarsi tra le rocce, tra i fiori e sui tronchi dei cedri.
Sin da piccola, scorrazzavo tra i fiori rincorrendo altre farfalle; essendo dotata di una elevata velocità, il mio gioco preferito consisteva nell’appostarmi dinanzi a loro ed all’improvviso mostrare quel famigerato teschio sul mio dorso; a quella vista loro scappavano spaventate.
Ero così agile che a volte, senza rendermene conto, le mie piroette mi portavano oltre i limiti consentiti, rischiando di finire nel becco di qualche uccello predatore ma, grazie alla mia agilità, nessuno fino a quel momento era mai riuscito a catturarmi.
I miei genitori mi rimproveravano sempre, ma io caparbia ed imperterrita, continuavo a fare piroette perché mi ritenevo una brava acrobata.
Nessuno mi superava: è come se nelle mie piccole ali ci fosse una spinta in più.
Curiosa com’ero, mi inoltravo verso nuove terre inesplorate per scrutarle e per trovare altro nettare; quando incontravo altre compagne, mi divertivo a dar prova della mia abilità di inseguitrice ma queste però mi allontanavano per via di quel brutto segno dorsale; mi chiamavano “
portatrice di sventure”: “Guarda come siamo belle! Guarda le nostre ali!” dicevano mentre si pavoneggiavano, mostrandole in tutta la loro livrea; “Non ti vogliamo come amica!”
In effetti, le loro ali erano più variopinte e molto più grandi delle mie e questo suscitava in me una tale invidia da farmi spesso imprecare la “
Regina delle farfalle” nel non avermi fatta nascere come loro.

E veniamo alla mia storia…….

Era inizio giugno; ero intenta a fare piroette in un campo pieno di fiori, quando ad un certo punto annusai un profumo così intenso che si confondeva con quello dei cedri; profumo che mi inebriò talmente tanto che decisi di seguire la sua scia per scoprire da dove provenisse.
Senza rendermi conto del tempo e della lontananza, mi avventurai sino al limite della mia terra dove all’orizzonte, cielo e mare si fondono tutt’uno.
Davanti a quel grande specchio d’acqua blu, inalai quel soave profumo (che arrivava da occidente) immaginandolo come nettare di una grande distesa di fiori, su cui chissà quante farfalle gironzolassero in quel momento… che sogno fantastico sarebbe stato essere lì, tra di loro.
E rimasi per parecchie ore ad assopirmi tutto quel “Ben di Dio!”
Quando le mie narici ne furono impregnate e quando ormai il tramonto era prossimo, decisi di rientrare, per non cadere preda dei pipistrelli che di lì a poco sarebbero usciti dalle caverne montane, ripromettendomi di ritornare ancora altre volte sulla riva.
E mi affrettai verso quel mio solito tronco notturno per aprire le mie piccole ali a triangolo e sognare quel profumo di vaniglia.

Quell’anno si decise che l’incontro del 21 giugno, tra le farfalle giovani e quelle più anziane, sarebbe avvenuto nella piccola valle della Bekaa, tra colline in fiore e mare e lì, si sarebbe festeggiato “
l’inizio della vita”.
Parteciparono tantissime farfalle e le anziane si prodigavano a raccontare storie lontane: viaggi, esperienze, incontri, fughe…..
Ad un certo punto la mia curiosità mi portò ad interrompere una di loro ed a farle una domanda: “
Da dove derivava quel profumo intenso di vaniglia, sentito giorni addietro e che proveniva dal mare?” chiesi.
Lei, con un po’ di titubanza mi rispose: “
C’è un’isola lontana che si chiama Rodi, dove si raccolgono numerose le più belle farfalle del mondo, formando gruppi e nugoli, restando ferme ore ed ore, attratte da una resina profumata che cresce sugli alberi e che serve a dar loro quella meravigliosa livrea!”
Ed è lontana da qui?” chiesi subito dopo.
Per una falena come noi” rispose, “il viaggio è molto pericoloso. Bisogna attraversare il mare con i suoi venti, le sue onde, pieno di gabbiani e di uccelli che si nutrono di noi farfalle ed una volta arrivati lì, le Euplagie ci caccerebbero! Sono molto gelose del loro nutrimento!”
Ma qualcuna di voi, è stata mai lì?” richiesi; “Non ci azzarderemmo mai di affrontare un viaggio simile!” rispose una delle anziane interrompendo il suo racconto e rivolgendosi con aria turbata verso di me.

Noi farfalle, siamo abituate a compiere tragitti lunghissimi per accaparrarci quanto più nettare possibile; ero certa che quel profumo avrebbe inebriato qualsiasi insetto facendolo dirigere verso Rodi; quel profumo inebriò anche me e da quel momento quell’isola mi divenne incantata.

Nei giorni a seguire, mi colse la frenesia di voler andare a tutti i costi lì per ottenere, grazie a quel nettare prelibato, quel cambiamento corporale che sognavo da molto tempo e voler diventare anch’io una Euplagia: chissà quanta invidia avrei suscitato nelle mie compagne di gioco ma, le mie piccole ali, non mi avrebbero permesso di affrontare quel lungo viaggio dove qualsiasi folata di vento mi avrebbe sbattuta chissà dove.
Dovevo aspettare che la sorte escogitasse qualcosa per me… ed infatti…

Il giorno dopo partii di buon’ora.
Quella mattina, abbastanza soleggiata e senza un minimo soffio di vento, vidi il mare affollato di imbarcazioni ognuna delle quali recava una scritta sulla prua ma nessuna in libanese.
Probabilmente i pescatori erano di terre lontane (magari si erano spinti fino in Libano per seguire un branco di pesci) ma da dove provenissero, non ne avevo proprio idea.
A pochi metri da me, su uno scoglio e con le ali schiuse, intravidi una farfalla che si asciugava; i suoi colori, a dir poco sgargianti, erano come quelli dell’arcobaleno; non l’avevo mai vista e sicuramente veniva dall’ovest.
Mi avvicinai cautamente per farle qualche domanda:
Ciao!” le dissi, “mi chiamo Ester e sono libanese! E tu da dove vieni?”
Lei mi rispose: “
Mi chiamo Eraclea e sono di un’isola greca; sono venuta qui a bordo di una di quelle barche!” e me ne indicò una, blu e verde, la più bella di tutte.
E continuò: “
Mentre volavo sulla riva del porto della mia città, ho voluto curiosare nella stiva di una barca. Non l’avessi mai fatto! All’improvviso il cupo rumore del suo motore mi ha allarmata, sobbalzandomi dietro una cassa! La barca iniziò a muoversi; io mi ritrovai rinchiusa dentro e dopo un viaggio estenuante ho potuto rivedere la luce, scappando via. Ora non so come rientrare per ritornare al mio paese!”

Per pura combinazione mi capitò davanti, l’occasione per poter andare a Rodi.

E se ti riaccompagnassi io?” le chiesi.
Te ne sarei davvero grata!” rispose lei, “anche perché con queste ali bagnate, avrei bisogno di un aiuto!
Sai dove si trova Rodi?” mi venne spontaneo chiederle.
Certo che lo so, è proprio vicino alla mia isola!” rispose.
Mi ci porteresti?” chiese Ester all’amica.
A che fare a Rodi? Quella è un’isola che appartiene alle Euplagie; non acconsentirebbero mai a nessun’altra specie di entrare nel loro territorio!”
Tu portami!” le risposi, “poi lasciami lì e va per la tua strada!
Si, ma come facciamo a salire a bordo della barca?” chiese Eraclea.
Semplice!” le risposi: “mentre i due uomini sono intenti a pescare, noi ci intrufoliamo nella stiva dal retro della barca, così da non farci vedere!”
Va bene! speriamo che la Regina delle farfalle ci aiuti!” annuì la greca mentre si asciugava le ali bagnate.
Perché esiste davvero?” le chiesi sconcertata Ester.
Certo che esiste! Dalle mie parti è stata vista parecchie volte!” rispose.

E così ci dirigemmo quatte quatte verso la barca blu e verde radendo il mare e volando sempre più veloce verso di essa per non essere intercettate da uno stormo di gabbiani fermo sulle teste dei due pescatori, che aspettavano il momento adatto per poter piombare su qualche pesce.
Ma ahimè… fummo viste!
Su quel mare calmo qualsiasi cosa si fosse mossa sarebbe stata vista e le ali di Eraclea, certo non potevano passare inosservate. Infatti un gabbiano notando quei colori, si diresse verso poppa cercando di afferrarla.
La mia compagna non si accorse del pericolo mentre io, intromettendomi con le mie piroette e mostrando il mio teschio dorsale, sconcertai il volatile, che desistette da quell’abbordaggio e ritornò nel suo stormo.
Tra un pesce ed una piccola falena credo che non ci fossero dubbi su chi avesse preferito mangiare.

La stiva fortunatamente era aperta e così ci intrufolammo in essa nascondendoci dietro una cassetta che fungeva da ghiacciaia.
Grazie Ester!” disse Eraclea, “te ne sono grata per quello che hai fatto!
Ma la falena non ci fece caso: d’altronde era abituata con quel suo solito gioco di piroette.
Brrr che freddo qui dentro!” dissi.
Eh si!” rispose Eraclea, “anch’io nell’arrivare qui mi sono infreddolita; guarda le mie ali!
Quanto tempo ci si impiega per arrivare?” le domandò Ester.
Se tutto va bene, in un paio di giorni saremo nelle vicinanze di Rodi! Io ti lascio lì perché la mia isola è accanto!” le ricordò Eraclea.
Va bene!” rispose Ester.

E così mi imbarcai in quella avventura.
Non so, dove la mia scaltrezza e la mia curiosità mi avrebbero portata ma, è certo che, l’ansia di vedere quella meraviglia della natura mi pervase per tutto il corpo, così come la voglia di assaporare quel nutrimento miracoloso che ne faceva di quelle farfalle le più belle del mondo.

A Petaloudes

Nell’anfratto posto fra quelle due ripe di monti che scendevano giù verso valle, il torrente con le sue cascatelle procurava frescura ed umidità: giusto il clima ideale per noi farfalle.
Lungo il suo tragitto, tutti quegli alberi di
Storax davano riparo ad una moltitudine di farfalle che se ne stavano appoggiate a nugoli sventolando quelle ali variopinte per darsi un po’ d’aria: uno spettacolo da non credere.
Bastava che una di loro prendesse il volo per vederne subito alzarsi centinaia con lei, richiamate da quello sbattito d’ali, per poi posarsi nuovamente dopo un breve volo su altre piante poste più in là.
Era un susseguirsi di voli e di colori libranti in quell’aria tersa dell’isola.
Non volevo disturbarle; volavo tra loro e loro erano lì a mostrare tutta la livrea; non avrebbero permesso a nessun insetto di entrare in quel mondo, gelose com’erano di ciò che la natura aveva loro donato.
Le mie ali, invece, non possedevano quei colori dei quali gli uomini si innamorano; appartenevo ad una specie conosciuta come “portatrice di sventure”.
Pensai un attimo ai miei genitori, anch’essi incolori; se avessero saputo che partivo per Rodi non mi avrebbero mai consentito di intraprendere questo viaggio.
Dicevano che noi falene non potevamo competere in bellezza con l’
Euplagia, essendo una specie rara; ma il profumo di quella resina giunto sino in Libano, mi aveva letteralmente attirato e dopo quell’estenuante viaggio sul mare, per nulla al mondo mi sarei tirata indietro: ero giunta alla mia meta per poter diventare anch’io una famosa farfalla di Petaloudes.

Gli alberi sembravano banani con caschi enormi che penzolavano dai rami, piene di farfalle.
Una di loro si staccò dal casco e volò via lasciando il posto momentaneamente vacante; subito volli occuparlo per surgere quel magnifico nettare profumato.
Appena posata, non ebbi nemmeno il tempo di avvicinare la mia proboscide alla resina che un’altra Euplagia con un balzo improvviso mi fu addosso recriminando il suo posto: “
E tu chi sei? Da dove sei spuntata fuori? Lo sai che non accettiamo altri intrusi?”mi rimproverò con un tono di voce abbastanza energico.
E spingendomi verso l’esterno continuò: “
Vattene se non vuoi che chiami le altre!”
Ma perché?” risposi meravigliata, “con tutto questo Ben di Dio potreste far mangiare tutte le farfalle del mondo!”
E già, questo ci manca! Che tutte le farfalle del mondo venissero qui! Diventerebbero tutte Euplagie come noi e non ci sarebbero altre specie!” rispose la farfalla.
E’ vero!” rispose Ester, “tutte avrebbero gli stessi colori!” immaginandosi già come una di loro dopo aver assaggiato il nettare.
Mentre discutevo con essa fui accerchiata da centinaia di sue compagne che si avvicinavano minacciose; senza pensarci su, con la paura di essere punzecchiata da quelle voraci zanne, volai via mimetizzandomi su una roccia che si affacciava sulla valle, con l’intento di ritornare appena possibile su di un’albero per poter assaporare il nutrimento.
Le mie piccole ali, in confronto alle loro, sembravano due minuscole foglioline tant’è che due corvi, ch’erano appoggiati sulla roccia, non si accorsero minimamente della mia presenza, mentre erano intenti a complottare un agguato alle farfalle: “
Allora, mentre tu ti dirigi su di loro e le fai volare all’impazzata, io ne becco quante più possibili! Così stasera ci facciamo una bella scorpacciata di farfalle!”
“Avevo sentito bene? Volevano mangiare le farfalle? Allora erano veri i racconti delle anziane suglii uccelli mangiatori di farfalle!”
Non c’era un attimo da perdere… dovevo avvisare le Euplagie del pericolo incombente e metterle in guardia da quei due predatori.

Senza perdermi d’animo, con un fulmineo balzo mi staccai dalla roccia e volai verso la farfalla con cui avevo avuto precedentemente quel battibecco.
Ascolta, ascolta!” le gridai a squarciagola, “state per essere assalite da due corvi che vi vogliono mangiare! State attente! Li ho sentiti io con le mie orecchie!”
Ma quella, convinta si trattasse di una bugia detta con lo scopo di farle abbandonare il suo posto non volle darmi retta anzi, si impuntò ancor di più, aprendo e chiudendo le ali in segno di lotta e mostrando i suoi colori accesi.
Dall’alto uno dei due corvi, attratto da quel movimento, in men che non si dica, piombò inesorabile su di lei mangiandosela.
Come previsto ci fu un parapiglia generale: nessuna sapeva dove dirigersi divenendo facile preda degli uccellacci.
State ferme, state ferme!” gridavo loro ma queste, prese da una irrefrenabile paura, non mi ascoltavano e continuavano a volare all’impazzata disperdendo le loro energie: ciò che desideravano i corvi per poterle attaccare meglio.

Bisognava distrarre i due, ma come?

Dovevo tentare di annientarli con le piroette che compivo con le mie amiche: mentre lì per gioco le rincorrevo per spaventarle, ora dovevo fungere io da esca e cercare di portarmi dietro i 2 uccelli per allontanarli quanto più possibile dalla valle.
Ed aspettai l’occasione giusta….
Quando si ritrovarono sulla mia traiettoria, con strani movimenti dorsali, mi feci notare dai due corvi che sbizzarriti da quella mia piccola arroganza, iniziarono ad inseguirmi tralasciando le altre prede.
Le mie piroette tra i fiori risultarono più efficaci dei loro goffi movimenti: ciò fece in modo di stancarli e farli desistere in breve tempo. Infatti, dopo un po’, decisero di soprassedere all’inseguimento e rifugiarsi sulle loro rocce.
Convinta di aver vinto il loro attacco e sentendomi stanca anch’io, decisi di riposarmi su un fiore per ricaricarmi delle energie consumate durante la corsa: avevo salvato le Euplagie e mi sentivo orgogliosa di me.
Invece i due uccelli, non ancora soddisfatti e resi ancor più furibondi da quel mio atteggiamento, decisero di fare l’ultimo tentativo e di attaccarmi all’improvviso, sapendo che non avevo più alcuna forza in quelle mie piccole ali.
Ripiombarono con ancor più veemenza su di me, sicuri ormai di avermi in pugno; io li vedevo planare a tutta velocità ed ero lì immobile, stanchissima, senza poter fare più nulla per salvarmi ed aspettando il momento della mia dipartita.
Mancava pochissimo all’impatto; già mi vedevo in quel grande becco a punta e dai loro occhi vedevo trasparire tutta la felicità per la compiuta vendetta.
Non avevo più chance!
Mi aggrappai alla mia ultima preghiera: “
Oh Regina delle farfalle, fa che il mio gesto non sia stato inutile e che le Euplagie siano definitivamente salve!”
Ormai erano lì per prendermi quando, all’improvviso mi sentii trasformata in un’aquila reale che col rostro forcuto a mo’ di spada, trafisse i cuori dei due corvi che stramazzarono sul terreno.
Miracolo!” gridai, “miracolo!
No!” mi rispose una soave voce, “non è un miracolo! Sei tu che mi hai chiamata!”
Davanti a me vidi apparire in tutto il suo splendore la “Regina delle farfalle”. Le sue ali emanavano una candida luce ed era attorniata da migliaia di farfalle che le tenevano su tutto il suo strascico di seta blu.
Allora esisti davvero!” le dissi sconcertata.
Certo che esisto; brava Ester, col tuo gesto hai salvato le Euplagie da una orrenda fine; hai messo a rischio la tua vita per loro e per quello che hai fatto, ti meriti di diventare una bella farfalla colorata!”
Oh, che meraviglia!” fu la mia unica risposta.

Non mi rendevo ancora conto di quello che mi stava accadendo; ero così strabiliata che non sapevo se quella “Regina” fosse un sogno o realtà.
Fu allora che le sue ali sfiorarono le mie in uno scintillio di colori che mi trasformarono in una farfalla con le ali dell’arcobaleno.
Nel frattempo, le scampate al pericolo, ad una ad una si avvicinarono e si erano messe tutte intorno.
La “Regina” rivolta ad esse ordinò: “
Accoglietela tra di voi e fatele assaporare la resina!”
E così volando tutte insieme, in un unico sciame, mi portarono sul più bell’albero della valle dove finalmente potetti assaporare quel profumato nettare.
Un cibo che mi ridette forza e vigore…
Ora il mio desiderio era stato esaudito ed il mio sogno si era avverato.

Le nuove ali, d’ora in poi mi avrebbero permesso di compiere lunghi viaggi, di attraversare mari ed oceani e di correre ancor più veloce tra i fiori per fare piroette ancora più esaltanti.
Le mie compagne non si sarebbero permesse più di allontanarmi sapendo che ero ormai divenuta per tutti: “
l’eroina di Petaloudes”.

Lino Albanese



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